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"Non cambi mai, proprio mai": sul nucleare il PD resta il partito dei no

Elly Schlein è la nuova segretaria del Partito Democratico dopo l’abdicazione di Enrico letta al trono del Nazareno, sconfiggendo l’altro candidato Stefano Bonaccini in seguito a un’intensa campagna elettorale. Il quotidiano Il Foglio ha intervistato i due candidati alle primarie dem prima del voto del 26 febbraio, ponendo varie domande su tematiche d’attualità. L’ultimo quesito riguarda l’ambiente e la transizione energetica e si parla di tematiche polarizzanti sempre oggetto di dibattito quali termovalorizzatori, rigassificatori e nucleare.


Schlein propone di massimizzare l’economica circolare, chiudere le discariche e ridurre la produzioni di rifiuti. È condivisibile ma è contraria all’utilizzo dei termovalorizzatori come 5 Stelle e Verdi. Il riciclo è un’arma fondamentale ma c’è sempre una frazione residuale, purtroppo ad oggi non trattabile con l’attuale tecnologia, che in caso finisse in discarica provocherebbe gravissimi danni ambientali. L’unica opzione è appunto la termovalorizzazione in impianti che bruciano tale rifiuto per ottenere energia termica ed elettrica. Non vengono finanziati direttamente dall’Unione europea e sono all’ultimo posto nella “gerarchia dei rifiuti”, è vero, ma fanno parte a pieno titolo dell’economia circolare, come riconosciuto anche dalla Commissione europea con la Comunicazione n. 34 del 26/01/2017. L’impatto ambientale non solo è costantemente monitorato ma è pure trascurabile in termini di emissioni di agenti inquinanti, grazie alla presenza di avanzati sistemi d’abbattimento, oltre ad essere quasi 8 volte inferiore al confinamento diretto in discarica.


Schlein vuole creare “un grande piano industriale verde” basato sull’energia pulita ma contempla solo le rinnovabili, dove eolico e fotovoltaico sono in maggioranza, mentre l’energia nucleare viene esclusa a prescindere. La decisione è in totale antitesi con le raccomandazioni di agenzie internazionali quali IEA, IPCC e lo stesso JRC europeo. Stando ai report, l’energia nucleare ha un ruolo nel mix low-carbon futuro assieme alle fonti rinnovabili e non va trascurata.


È lo stesso PD che durante la campagna elettorale per le politiche 2018 ha usato come slogan “Vota la scienza, scegli il PD”?


Evidentemente per la sinistra c’è una “scienza buona” da seguire ciecamente e una “scienza cattiva” che non risponde ai suoi ideali. La critica maggiore è che si tratta di una tecnologia “lenta e costosa” rispetto ad eolico e fotovoltaico. È così ma la realtà è un po’ diversa e più complessa rispetto a quella frase impregnata di populismo, frutto di una scarsa conoscenza dell’argomento. Il tempo di costruzione medio a livello mondiale ottenuto interpolando i dati pubblici del PRIS (Power Reactor Information System) dell’IAEA è di 7,5 anni fino al 2016 e l’85% dei reattori è stato messo in servizio dopo meno di 10 anni dall’inizio dei lavori. Il prezzo “di listino” per un singolo reattore di 3° generazione è di 5-7 miliardi di dollari ed è formato da più voci di spesa: finanziamento (>50% del totale), Overnight Construction Costs (materiali, componenti, manodopera e capitale necessario per progettare, costruire e mettere in funzione l'impianto), O&M (costi relativi al personale, ai materiali di consumo e alle attività di manutenzione ricorrenti necessarie per un funzionamento sicuro), fabbricazione del combustibile nucleare (si tiene conto di estrazione, arricchimento, produzione e attività back-end, inoltre prezzo dell’uranio non incide negativamente in caso di sbalzi di mercato, come invece accade per gas e petrolio), “fondo bloccato” per lo smantellamento a fine vita operativa e relativa bonifica del sito. I due parametri variano considerevolmente da Paese a Paese in base alle condizioni del mercato, quindi presenza o meno d’incentivi, lungaggini burocratiche e regolatorie, ostruzionismo popolare e una serie di altri fattori negativi che hanno colpito l’industria nucleare occidentale negli ultimi decenni, esacerbando i normali effetti legati alla natura FOAK (First-of-a-Kind) dei nuovi modelli in commercio.


Rimanendo in Europa, gli esempi del fallimento nucleare sempre portati all’attenzione pubblica dagli attivisti green sono l’EPR di Flamanville in Francia e quello di Olkiluoto in Finlandia. Si tratta di progetti avviati con solo una parte degli studi ingegneristici finali completi, senza una catena di fornitura consolidata e acerba per l’assenza di commesse nei 30 anni precedenti, formata da molti subappaltatori inesperti, investimenti finanziari e umani inadeguati e questo ha provocato un sostanziale aumento dei costi di costruzione e lo sforamento tabella di marcia. Al contrario, VVER-1200 di Rosatom e l’APR-1400 dei KEPCO sono esempi reattori nucleari di 3° generazione avviati con un sufficiente grado di progettazione e una catena produttiva molto consolidata. Per fare un esempio, i costi sono diminuiti del 50% tra la prima e la quarta unità APR-1400 della centrale nucleare di Barakah negli Emirati Arabi Uniti dopo l’implementazione di migliori pratiche costruttive da parte degli appaltatori sudcoreani. Una menzione d’onore va al Giappone pre-Fukushima, che vanta un lungo curriculum di nuovi progetti avviati con un’ottima parte (70-80%) degli studi ingegneristici completata: l’esempio pratico è la costruzione record delle unità ABWR 6 e 7 della centrale di Kashiwazaki-Kariwa in appena 52 mesi negli anni Novanta. L’assenza di una classe politica favorevole al nucleare e di una qualsiasi forma di finanziamento pubblico per sostenere la costruzione delle centrali di nuova generazione ha come diretta conseguenza l’alto capitale iniziale e le variazioni a cui è soggetto. Dal momento che le aziende non dispongono subito dei capitali necessari per avviare nuovi progetti, si ricorre a prestiti bancari o statali, e in quest’ultimo caso lo Stato può fare da garante tramite il contratto di fornitura dell'energia: sostanzialmente "promette" che acquisterà l'elettricità prodotta da quel sito. Naturalmente, i prestiti si portano dietro un tasso di interesse molto alto per via dell’incertezza da parte dei creditori data l’instabilità politica che non permette un investimento sicuro a lungo termine, come evidenzia già lo studio “The Future of Nuclear Power” del Massachusetts Institute of Technology nel 2003 ed aggiornato nel 2009. Invece, le fonti rinnovabili quali eolico e fotovoltaico sono in costante crescita da anni perché hanno beneficiato di un forte supporto politico, che ha portato un calo dei costi già irrisori grazie alla presenza di cospicui incentivi.


È per questo motivo che la sinistra green assegna alle fonti rinnovabili un rapporto costi/benefici positivo, mentre è negativo per l’energia nucleare. Questa considerazione si può confutare tramite un semplice esempio. L’Italia ha erogato circa 120 miliardi di euro alle rinnovabili nel periodo 2008-2020 stando ad ARERA e GSE. Ora, ammettendo di pagare ogni nuovo EPR come quello fallimentare di Olkiluoto, per la cronaca è costato 12 miliardi di euro, 4 volte la spesa prevista nel 2005 all’inizio dei lavori, 120 miliardi di euro di soldi pubblici bastano per realizzare 10 reattori, magari anche in ritardo sulla tabella di marcia ma produrrebbero 130 TWh di elettricità pulita e sempre disponibile, sufficiente per coprire il 48% del fabbisogno nazionale e spegnere quasi tutta la produzione termoelettrica fossile. Di contro, tutti gli impianti rinnovabili (idroelettrico, geotermico, biomassa, eolico e fotovoltaico) hanno generato 117 TWh nel 2020 e hanno coperto il 43% del fabbisogno nazionale secondo Terna. Di questi, 18,8 TWh sono da eolico e 25 TWh da fotovoltaico, la fonte che ha ricevuto più incentivi di tutte e fino a 60 miliardi di euro nel periodo in esame. Va ricordato che eolico e fotovoltaico sono energie rinnovabili intermittenti e non programmabili, quindi necessitano di costosi sistemi d’accumulo elettrochimico cui filiera è al 67% controllata dalla Cina, hanno una bassa densità energetica, occupano molto spazio e consumano più risorse a parità di potenza installata rispetto ad altre fonti low-carbon quali idroelettrico, geotermico e pure nucleare.


Affermare ciò non qualifica nessuno come “negazionista climatico”. L’abbandono dei combustibili fossili è la strada da seguire a patto che venga implementato l’intero ventaglio di fonti alternative, quindi avere un mix di rinnovabili e nucleare per garantire lo sviluppo sostenibile del Paese, la sopravvivenza del tessuto produttivo e delle industrie energivore. Invece, la sinistra vuole puntare esclusivamente sul 100% rinnovabile basato in larga misura su eolico e fotovoltaico, da coniugare alla decrescita felice, quando in realtà i consumi, principalmente elettrici, sono destinati ad aumentare fino al 2050.


È ormai evidente la deriva ideologica di un PD sempre più vicino alle posizioni green di 5 Stelle e Verdi, completamente scollegato dalla realtà e che prospera sperando di creare un mondo utopico dove la transizione energetica ha “costo zero”. L’opposizione al nucleare o a qualsiasi tecnologia utile per la transizione energetica comporterà ritardi o peggio ancora fallimenti.


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