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#GIUSTIZIAGIUSTA 5: Limiti agli abusi della custodia cautelare

Uno dei principi fondanti dello Stato di Diritto è la PRESUNZIONE DI NON COLPEVOLEZZA fino a prova contraria. L'abuso dello strumento della custodia cautelare va a violare questo principio fondante, nonché a ledere le libertà fondamentali dell'individuo.


Cosa chiede il quesito?

Si chiede l’abrogazione del Decreto del Presidente della Repubblica, n. 477, del 1988. Si andrebbe quindi ad eliminare la possibilità di abusare dello strumento di custodia cautelare per rischio di “reiterazione del medesimo reato”. Cioè permetterebbe che finiscano in carcere, prima di un adeguato processo, solo gli accusati per reati gravi.


Che cos’è la custodia cautelare e perché la sua applicazione attuale lede alla libertà dell’individuo?

La custodia cautelare è una misura di limitazione della libertà che viene applicata a un indagato ancor prima di una sentenza definitiva, sull’ipotesi che il soggetto possa ripetere un reato per il quale ancora non è stata sentenziata la sua colpevolezza. Quindi, per il principio della “Presunzione di non colpevolezza” secondo il quale un imputato è considerato non colpevole sino a condanna definitiva, la misura cautelare è di fatto applicata a un innocente. La carcerazione preventiva distrugge la vita delle persone colpite: non arreca solo un grave danno di immagine, sottoponendole a una esperienza scioccante, ma ha gravi conseguenze sulla sfera professionale, famigliare e personale. L’inosservanza del principio di “Presunzione di non colpevolezza”, oltre che violare l’Articolo 27 della Costituzione Italia, ha negli anni posto migliaia di donne e uomini accusati di reati minori e poi assolti, in una condizione di umiliazione totale. L’abuso di tale misura ha portato all’applicazione di una forma di pena anticipata, che è totalmente discosta da quella che è la reale utilità della custodia cautelare, pensata come strumento di emergenza. La custodia cautelare, cioè il carcere preventivo rispetto alla condanna definitiva e spesso rispetto a una qualsiasi condanna anche non definitiva, è una pratica di cui si abusa. Da strumento di emergenza è stato trasformato in una vera e propria forma anticipatoria della pena.


Parliamo di numeri: quanti innocenti finiscono in carcere?

Se già l’idea di un innocente in carcera è aberrante in uno Stato di Diritto, lo diventa ancora di più dal momento in cui si analizzano i dati legati all’ingiusta detenzione. In Italia ogni anno, circa 1.000 persone vengono incarcerate salvo poi risultare innocenti. Dal 1992 al 31 dicembre 2020 si sono registrati 29.452 casi. Un triste record che ci vede tra le prime posizioni in Europa, con l’Italia come quinto paese dell’UE con il più alto tasso di detenuti in custodia cautelare: il 31%, un detenuto ogni tre. Anche a livello economico si sono raggiunte cifre da capogiro, se pensiamo che negli ultimo 30 anni si è raggiunta la spesa complessiva di quasi 800 milioni. Solo nel 2020, i 750 casi di ingiusta detenzione sono costati quasi 37 milioni di euro di indennizzi. Bisogna considerare infatti che in Italia, ogni giorno di ingiusta detenzione costa allo Stato circa 235 euro, come indicato dall’articolo 314 del codice di procedura penale che fissa il "diritto a un’equa riparazione per la custodia cautelare subita" per "chi è stato prosciolto con sentenza irrevocabile perché il fatto non sussiste, per non aver commesso il fatto, perché il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato". La libertà dell’individuo chiaramente non ha prezzo e non esiste risarcimento che possa restituire i giorni passati in carcere, l’entità dell’importo ci è però utile per quantificare i danni prodotti dagli errori giudiziari. I numeri hanno avuto un lieve calo nell’ultimo anno, con una flessione dovuta con tutta probabilità alla pandemia, durante la quale l’attività giudiziaria ha subito un pesante rallentamento. Le cifre saranno però destinate a riprendere il trend positivo se non si provvederà con un immediato e celere intervento.


Vince il sì: che cosa succede?

Partiamo dal presupposto che, per i reati gravi, resterebbe comunque in vigore la possibilità di una carcerazione preventiva alla pena, proprio in virtù di una maggior cautela. Si abolirebbe invece la possibilità di privare l’individuo della propria libertà per “reiterazione del medesimo reato”, cioè per il rischio che commetta di nuovo il reato per il quale è accusato. Questa è la motivazione più frequente nell’attivazione della custodia cautelare, senza che, spesso, questo rischia esista realmente.


Casi celebri

Recentemente comparso sulle pagine di cronaca è il caso di Stefano Binda, assolto in via definitiva dalla Cassazione e ritenuto quindi non colpevole per un omicidio avvenuto a Varese nel 1987, per il quale fu incarcerato durante il processo. L’uomo ora chiederà di essere risarcito per i tre anni e mezzo passati ingiustamente in cella: un errore che è costato a Binda un lungo periodo di libertà e dignità e ai contribuenti costerà più di 300 mila euro.


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