COP30: un altro fiasco verde
- Andrea Pellegrini
- 23 dic
- Tempo di lettura: 4 min
L'Amazzonia è una vasta regione geografica del Sud America dominata dalla più grande foresta pluviale del mondo, attraversata dal sistema fluviale del Rio delle Amazzoni. Svolge, quindi, un ruolo cruciale nella regolazione del clima globale (assorbe anidride carbonica) e nella conservazione di un'enorme biodiversità. Un luogo con tale importanza per il patrimonio naturale terrestre è sicuramente un palcoscenico ideale per ospitare una COP, l’annuale conferenza sul clima organizzata in seno all’UNFCCC, che nel 2025 celebra il 30° anniversario dalla prima edizione a Berlino.
La COP30 di Belém, capitale dello Stato del Pará, ha richiamato oltre 50mila delegati per discutere sulle politiche necessarie per mitigare il cambiamento climatico, a dieci anni esatti dalla firma dell’Accordo di Parigi che ha fissato l'obiettivo globale di limitare il riscaldamento ben al di sotto dei 2 °C e proseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5 °C.
Eppure, nel “polmone verde” del pianeta incombe la minaccia della deforestazione e degli incendi, spesso legati all'allevamento di bestiame, che stanno spingendo il bioma verso un possibile punto di non ritorno.
Il vero paradosso di quest’ultima conferenza mondiale sul clima, in cui la discussione sulla deforestazione aveva sicuramente un ruolo determinante, è la costruzione di una nuova autostrada a quattro corsie, Avenida Liberdade, che è lunga più di 13 chilometri e attraversa decine di migliaia di ettari di foresta protetta. In una nota ufficiale della Segreteria Straordinaria della COP30, si apprende che i lavori non sono di responsabilità del governo federale brasiliano e non fanno parte delle 33 opere infrastrutturali previste per l’evento.
Infatti, il progetto fa parte di un piano di sviluppo della città di Belém - approvato nel 2012 ma bocciato proprio per questioni ambientali - e quindi dalla popolazione urbana (almeno la parte che appoggia il governo). Adler Silveira, segretario alle infrastrutture del governo dello Stato federato di Pará, ha dichiarato che sono stati rispettati i parametri di sostenibilità, ma gli esperti temono che la superstrada possa frammentare l’ecosistema e disturbare gli spostamenti della fauna selvatica, dato che non sono previsti attraversamenti protetti.
A pagarne le conseguenze sono pure gli abitanti dei villaggi: per molti di loro, il reddito dipende dalla foresta o dalla raccolta di frutta o bacche di açaí dagli alberi che ora sono accatastati per terra. Come denuncia la BBC in un servizio di marzo 2025, non ci sono stati risarcimenti dal governo locale per le comunità coinvolte.
Un’altra nota dolente è che l’Amazzonia possiede grandi riserve di oro, ferro, bauxite, stagno, diamanti, petrolio e gas, che sono intensivamente estratti nonostante i rischi legati all’inquinamento ambientale, da sempre portati all’attenzione da parte di attivisti ed esperti.
Per esempio, come riportato nei rispettivi comunicati stampa ufficiali, l’agenzia IBAMA del Ministério do Meio Ambiente e Mudança do Clima ha concesso a Petrobras - l’azienda petrolifera dello Stato brasiliano - nuove licenze per effettuare trivellazioni esplorative alla ricerca di greggio nel mare al largo dell'Amazzonia.
Sia chiaro, un Paese non deve vergognarsi di sfruttare le risorse naturali del proprio territorio, che garantiscono introiti e sviluppo, ma quanto meno si eviti di pronunciare discorsi contro i negazionisti climatici sul palco dell’evento mondiale sul clima, vero presidente Lula che ha sostenuto le nuove concessioni pur sognando un mondo senza combustibili fossili, ma "questo momento non è ancora arrivato"?
Se persino il "polmone verde" del pianeta sacrifica sé stesso per arricchire i capitalisti mentre ospita i leader ed attivisti mondiali per discutere come proteggere il clima, non possiamo fidarci delle promesse di sostenibilità!
In conclusione, dopo giorni di scontri tra blocchi di Paesi, con gli USA assenti, l'UE divisa e le grandi economie emergenti in tensione, non c’è un piano su come restare sotto 1,5°C e contemporaneamente abbandonare i combustibili fossili nel testo finale della COP30.
Ovviamente, la colpa è ricaduta sui lobbisti del settore Oil & Gas e sui membri dell’OPEC, che vogliono mantenere lo status quo, ma è davvero giusto affermare così dopo 30 anni di conferenze climatiche e una propaganda a reti unificate da parte di politici e scienziati, colletti bianchi della finanza green e attivisti?
Rimangono nel documento finale l'impegno di triplicare i fondi per l'adattamento entro il 2035 per una giusta transizione, ma la realtà colpisce sempre duro: l’abbandono dei combustibili fossili è difficile, non tanto per le manipolazioni dei gruppi di pressione, quanto per la volontà dei Paesi in via di sviluppo di mantenere l’energia a basso costo con fonti accessibili quali sono petrolio, gas e carbone. Dispiace ammetterlo ma le tanto decantate rinnovabili intermittenti (eolico e solare) richiedono notevoli costi accessori d’integrazione, dato che bisogna installare sistemi d’accumulo, potenziare le reti, remunerare i produttori nei momenti di surplus (quando l’energia non viene immessa ma va pagata), incentivare impianti di backup in regime di capacity market e via discorrendo.
Non è negazionismo, è semplicemente consapevolezza dei limiti delle attuali politiche climatiche, spesso in netto contrasto con le reali necessità degli Stati, che di conseguenza reagiscono a vere e proprie imposizioni da parte di enti sovranazionali che s'intromettono negli affari interni, a prescindere dalle indubitabili argomentazioni scientifiche che reggono tutto il discorso. Diversi gruppi di Paesi avanzeranno sicuramente da soli la prossima volta, per mantenere viva l'ambizione di fronte a chi invece vuole diminuirla, e che non si ferma quando il sistema ufficiale si blocca, dimostrando l’inutilità di questi convegni annuali sul clima che ormai puzzano di stantio.



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