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L'ambiente non è "di sinistra"

A pensarci bene il solo dover affermare “l'ambiente non è di sinistra" è qualcosa di incredibile.

Pensate se qualcuno scrivesse un articolo intitolato “l’economia non è di destra": oggi nessuno trova ossimorico un economista di sinistra. Invece sull'ampio concetto di ambiente questo discorso non appare per nulla scontato, anzi... Ciò è dovuto sicuramente all'ingente investimento politico sul tema che le forze di sinistra hanno iniziato decenni fa e che hanno particolarmente intensificato negli ultimi anni per accalappiare la generazione Z. D'altra parte anche noi, a destra, abbiamo lasciato, almeno fino a poco tempo fa, totale libertà di manovra ai nostri avversari, disinteressandoci, se non addirittura sminuendo la faccenda. Alla base di questo enorme errore strategico, che abbiamo la necessità di correggere quanto prima, probabilmente c'è la semplificazione del concetto di ambiente e delle istanze politiche che lo compongono.


Innanzitutto pensare che esista un’unica posizione di difesa dell’ambiente, alla quale si contrappongono i nemici del pianeta è un’interpretazione che, come molte dicotomie, in politica non ha senso di esistere. Partendo da questo assunto, la sfida per insidiare i nostri avversari sarà contrapporre al loro ecologismo egemonico, non più una posizione menefreghista, ma una nostra forma di ambientalismo, coerente con i nostri principi ideologici.


Se l’ambientalismo “di sinistra” (estrema) è figlio dell’anti-capitalismo e della difesa della collettività dalle esternalità negative delle imprese e propugna senza remore politiche anti economiche e di de-industrializzazione (decrescita felice); quello “liberal” non ha antipatie culturali per l’economia, anzi coerentemente con la logica di mercato influenza le abitudini dei cittadini con le cosiddette tasse etiche, senza scrupoli nel colpire le classi meno abbienti. Nel primo gruppo possiamo inserire i Verdi, nel secondo i partiti liberali europei (Macron che scatenò i gilet gialli con le tasse sui carburanti), mentre partiti come il PD si collocano un po’ in mezzo.


Bisogna inoltre distinguere le differenti “minacce” all’ambiente: da un lato il cambiamento climatico, associato principalmente ai gas climalteranti (CO2), quindi alla necessità di sostituire le fonti fossili con le fonti energetiche rinnovabili. La sfida economicamente più costosa e quella che sta monopolizzando l’attenzione mediatica negli ultimi anni. Ma il cambiamento climatico non si combatte solo così, sulla base di una teoria, sui cui risvolti pratici è ancora buio pesto: occorre anche l’incremento delle nostre difese dal punto di vista agronomico e idro-geologico, per non farsi trovare impreparati da ondate di siccità e invasioni di specie aliene. Da un altro lato troviamo la tutela della salute umana (e non solo) dai diversi inquinanti dell’aria e dell’acqua (né è esempio il PM10). Infine il fronte messo in ultimo piano dall’ambientalismo di tendenza è la difesa della biodiversità e del paesaggio.


Può capitare che queste sfide possano entrare in competizione, o addirittura in contrasto tra loro. Ne è esempio la proposta di tendere ad una produzione energetica pulita 100% solare-eolico, che finirebbe per devastare sterminate distese di territorio con l’installazione di pale eoliche e pannelli fotovoltaici, sottraendo spazi verdi e cambiando radicalmente il paesaggio di un paese come l’Italia, che non dispone certo di ampi spazi.


Ora un partito come la Lega dove si deve collocare? La nostra adesione al sistema economico vigente e la tutela delle imprese ci impone di chiedere una transizione ecologica graduale che accompagni l’industria alla riconversione, senza portare a chiusure o delocalizzazioni. Per fugare questo ultimo rischio occorre che le norme ambientali inizino ad essere condivise a livello internazionale, evitando così una perdita di competitività unilaterale dei paesi europei. In secondo luogo un partito “operaio” come la Lega (Ipsos ci da' oltre il 13% tra gli operai) ha nel suo interesse opporsi o quanto meno rimodulare l’impatto sociale di nuove “tasse sui poveri” di carattere ambientale, come quelle che colpiscono le automobili più economiche/inquinanti, o quelle di fatto regressive rispetto al reddito (accise, tassa sulla plastica); nonchè evitare la prevista emorragia di posti di lavoro in alcuni settori industriali dalla difficile riconversione, come quello automobilistico.


Oltre a queste posizioni per una transizione ecologica economicamente e socialmente sostenibile, è necessario aprire il dibattito per un ambientalismo identitario. Ogni territorio è caratterizzato oltre che da dialetto, cultura, architettura e tradizioni, anche da paesaggio, flora e fauna. E queste ultime, quanto le prime, sono oggi a rischio. A tal proposito il nostro partito possiede l’eredità di Gilberto Oneto: architetto e studioso che già negli anni ‘80 si spendeva per la tutela in chiave identitaria del paesaggio e dell’architettura tradizionale, da coniugare con le istanze economiche. L’importanza di questa sfida per il nostro partito è connessa anche al maggiore radicamento che abbiamo nelle aree rurali rispetto ai grandi centri urbani.

Anche le aree montane meritano attenzione, perché in crisi demografica. Proteggere la vita in montagna significa mantenere presidio e cura del territorio, lo sfruttamento di risorse sotto utilizzate, così come dare la giusta tutela a comunità che rischiano la cancellazione. Anche questo punto è all’attenzione della Lega, con lo specifico assessorato in nostro possesso in Regione Lombardia.


Un recente esempio di azione politica che aggira gli schemi imposti dalla sinistra in fatto di ambiente e che dimostra come non dobbiamo avere alcuna sudditanza culturale noi loro confronti è la proposta della Lega di tornare all’energia nucleare. Produrre elettricità dall’atomo è oggi una necessità per il nostro paese per contenere le emissioni di CO2, tutelando la sicurezza e l’indipendenza energetica, garantendo costi stabili a famiglie e imprese, senza deturpare il paesaggio e sottrarre territorio.


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