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Miglio, lo scienziato rivoluzionario

Aggiornamento: 11 gen 2023

«Non è certo una preferenza filosofica, o ideologica, che mi spinge a cercare soluzioni di tipo federale alla crisi del nostro Paese, ma la semplice constatazione che il centralismo, in Italia, ha giocato tutte le proprie carte e ha perso la partita».





A ventuno anni dalla morte del professor Gianfranco Miglio è doveroso riscoprire la sua figura intellettuale, distinta secondo la classificazione weberiana di Wissenschaft als Beruf (Scienza come professione) e Politik als Beruf (Politica come professione) . Questo breve approfondimento si pone dunque l’obiettivo di esaminare il lavoro intellettuale, svolto in qualità di scienziato della politica, e l’esperienza politica del professore lariano. Miglio, formatosi presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, è stato allievo di Alessandro Passerin d’Entreves, docente di Storia delle dottrine politiche nonché autore de La dottrina dello Stato, volume ancora oggi imprescindibile, e di Giorgio Balladore Pallieri, che insegnava Diritto internazionale. Dal punto di vista accademico, Miglio fu professore di Storia delle dottrine politiche dal 1948 al 1959; poi divenne preside della Facoltà di Scienze Politiche in Cattolica fino al 1988.


La metodologia scientifica adottata da Miglio risente dell’influenza weberiana: gli studi del sociologo tedesco «costituirono […] l’esempio di come si doveva condurre un’indagine scientifica della fenomenologia politica». Lo scienziato domasino scriverà inoltre: «Weber ha accentuato la mia avversione per la filosofia, la mia inclinazione positivistica e scientifica e la mia attenzione spietatamente critica nei confronti dei sistemi di valori, le maschere con le quali si fa politica» . Alla base di ogni teorizzazione migliana vi sono dunque il realismo politico e il positivismo scientifico. Per dirla con altre parole, egli sviluppa le proprie analisi dalla dimensione dell’essere (e non da quella del dover essere) e rifugge l’idealismo filosofico proprio della tradizione che va dal 'principe degli utopisti', Platone, a Benedetto Croce e Giovanni Gentile, animatori del dibattito culturale italiano nel Novecento. Miglio preferisce una visione più aderente al reale - e pertanto disillusa - di autori come Machiavelli e Hobbes, Weber e Schmitt , Mosca e Pareto.


Lo scienziato della politica, secondo Miglio, deve «muoversi alla scoperta di quali siano le regolarità dei fenomeni politici» , e dunque carpire ciò che si ripresenta ciclicamente sul piano storico e politico. Non a caso, il primo autore che Miglio citava nelle proprie lezioni sul realismo era Tucidide, «storico raffinato», «massimo politologo dell’Occidente» vissuto ad Atene durante la Guerra del Peloponneso. Con la consueta ἀκρίβεια (letteralmente, 'acutezza'), lo storico greco scopre la prima regolarità della politica, ossia la legge della potenza. Nel V libro de La Guerra del Peloponneso egli narra che i magistrati di Melo avevano rifiutato di pagare i tributi ad Atene, impegnata a combattere contro Sparta. In risposta, l’esercito ateniese aveva distrutto gli insediamenti dell’isola, uccidendo senza pietà un gran numero di cittadini. Tucidide insegna con chiarezza che «il carattere necessariamente conflittuale del rapporto fra le forme politiche impone dunque alla potenza egemone di proseguire sulla propria strada anche a costo di diventare tirannica e ingiusta nei confronti di alleati o sottomessi» . Dopo aver tratteggiato le caratteristiche del Miglio scienziato ci si può soffermare sulla trattazione della sua attività politica, che riguarda l’esperienza da senatore (dal 1992 al 2001) ed è legata al lavoro da studioso. Secondo Miglio, la caduta del Muro di Berlino - una delle principali cesure storiche che ha investito il Secolo breve - ha portato a una crisi irreversibile dello Stato nazionale, il cui modello risulta ormai vetusto e inadeguato.


Come scrive efficacemente Davide Gianluca Bianchi, Miglio «era convinto […] che vi fossero epoche storiche ad alta intensità politica, come era stata la stagione dei blocchi, dove - secondo la terminologia - era l’obbligazione politica a prendere il sopravvento, e stagioni in cui i rapporti umani erano di impronta soprattutto 'privatistica', orizzontali più che verticali. Ai suoi occhi il 1989 aveva segnato la fine di un’epoca, che apriva la porta al federalismo, interpretato come l’irruzione della libertà contrattuale nella sfera dei rapporti politici». Detto con le parole del Professore, «l’idea di sovranità esprime un’ossessione per l’unità, per la reductio ad unum, assolutamente incompatibile con l’odierno pluralismo sociale e politico. L’unità significa omogeneità.


Oggi invece si tratta di organizzare politicamente le differenze, di valorizzarle e di difenderle, non di annullarle. Cosa che per sua natura lo Stato non può fare». Nello specifico, il sistema politico italiano presenta diverse problematiche per via del suo assetto costituzionale centralistico. Miglio individua alcune conseguenze nefaste: una classe dirigente tanto numerosa quanto inetta, un esecutivo troppo debole, una burocrazia pachidermica e il fenomeno suicida del parassitismo. Inoltre, lo Stato moderno può funzionare solo quando coesistono i presupposti di omogeneità dei cittadini, buona amministrazione e predisposizione geografico-storica: secondo Miglio «il nostro Paese è composto da una popolazione disomogenea, il che porta ad una diversità di interessi fra i diversi gruppi di governati. Inoltre, mancando un passato unitario, è assente la vocazione unitaria, geografica e storica; infine non esiste una buona burocrazia come in Francia. In Italia dunque mancano tutte e tre le condizioni che favoriscono, quando non lo impongono, la scelta di un regime centralizzato».


D’altra parte, Miglio intende costruire un sistema di governo radicalmente opposto al modello centralista in quanto «più rispettoso delle scelte dei cittadini, più libero dalle incrostazioni della corruzione, meno autoritario e più soggetto al controllo degli amministrati, più imparziale e attento alle regole del diritto». Miglio intende legittimare lo Stato dopo il suo declino e «rendere meno insoddisfacente e precario il sistema politico italiano». Egli tenta dunque di intraprendere un’intensa attività riformista mettendo al servizio della politica i risultati dei propri studi; come scrive Lorenzo Ornaghi, «il vigore e la vitalità delle anticonvenzionali proposte di Miglio si fondano quasi per intero sul metodo e sui risultati della sua specifica attività di studioso» . Lo scienziato lariano vuole quindi rendere concrete le tesi esposte nelle sue opere di ingegneria costituzionale, fra le quali spiccano Una Repubblica migliore per gli Italiani (1983), Come cambiare. Le mie riforme (1992) e Modello di costituzione federale per gli italiani (1995).


Quella di Miglio rimane comunque una visione del mondo articolata, che può essere compresa nella sua totalità attraverso la lettura dei saggi più significativi e attraverso lo studio degli autori che più lo hanno influenzato (si può partire da Machiavelli, passare per Von Stein e concludere con Weber e Schmitt). Come si può notare, nel sistema migliano il rapporto che intercorre fra scienza e politica è stretto: la scienza è infatti il presupposto su cui si fondano le proposte politiche di Miglio, il fertile terreno su cui germogliano le riforme. Dalle sue osservazioni puramente scientifiche, Miglio comprende la crisi dello Stato moderno e costruisce il proprio programma. E’ dunque un riformismo scientifico, libero dai pregiudizi ideologici che inquinano la politica, nato dalla diagnosi dei problemi che affliggono un Paese sempre meno efficiente. Il professore è morto da vent’anni, ma la sua lezione è più che mai attuale.

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