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Morto Draghi se ne fa un altro?

Ieri sera il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha rassegnato le sue dimissioni. Dimissioni non accolte dal Quirinale (un gesto abbastanza “rude”, mi verrebbe da dire, costringere un settantaseienne a rimanere seduto su una poltrona su cui non è particolarmente gradito). Tuttavia, mentre aspettiamo questa fantomatica verifica di maggioranza – che si spera non finisca con l'ennesimo mostro di Frankenstein come sarebbe un ipotetico governo Draghi bis, ovvero formato da pezzi di cadavere cuciti insieme – ci sentiamo di sottoporvi alcune riflessioni che riteniamo importante fare. L'analisi a caldo, dunque, passa da due filoni principali.


La prima riflessione è evidente: la retorica della "responsabilità" ha fatto il suo tempo e, alla lunga, non paga. Le politiche dell'anno prossimo dimostreranno che non si può somministrare all'elettorato fango (o altro) spacciandolo per cioccolata. L'elettore è un soggetto pensante. Certo, quello italiano appare spesso come pigro, disinteressato e anche un po' passivo, ma anch'esso ha un limite di sopportazione che i partiti non possono continuare a misurare con la forza. Come agli infausti tempi di Mario Monti, un altro Mario (il "Super Mario", come lo chiamavano meravigliati i giornalisti nostrani) è stato per più di un anno decantato da media e politici di varia provenienza come un provvidenziale pater patriae: un salvatore che, forte delle sue doti taumaturgiche, avrebbe sanato le falle del nostro sistema economico, ridato dignità al Paese, destinato saggiamente le ingenti somme del PNRR, scoperto Atlantide, costruito il Ponte sullo Stretto e trovato l'acqua su Marte. Le migliori previsioni degli incensatori (e lecchini) di professione si sono infrante sugli scogli austeri della realtà, riportandoci alla cruda verità: di dèi scesi in terra per salvarci non ne arriveranno, semplicemente perché non esistono. Non bastano responsabili, tecnici e competenti. La politica non funziona così. I partiti hanno dovuto mal sopportare Draghi per oltre un anno, con la scusa dell'unità nazionale, e ne escono tutti con le ossa rotte, ma forse (FORSE!) impareranno qualcosa (anche se non sarei così ottimista).


Il secondo punto di questa disamina non può che riguardare due temi che da due anni a questa parte sono stati bellamente accantonati a colpi di dpcm conte/draghiani e governissimi: politica e democrazia. La prima, ormai, fa venire i brividi solo a nominarla. E, del resto, la politica negli ultimi due anni non ha dato prova di grandissima affidabilità. Come ci si può fidare di chi non voleva governare con il partito di Bibbiano, per poi andarci d'amore e d'accordo, di chi invocava il vincolo di mandato per poi formare nuovi partiti scissionisti, di chi, in crisi economica ed energetica, preferisce dedicarsi alle canne o a quelle leggi sciagurate che sarebbero state il ddl Zan e lo Ius Scholae. Una politica che, invece di prendersi le proprie responsabilità, abbandona il campo in favore di un banchiere. Insomma, una classe politica non proprio in forma smagliante. Tuttavia, la politica può ancora dar prova di dignità, rifiutando qualsiasi mediazione draghiana, ogni tipo di governaccio tecnico, invocando le elezioni e dando finalmente la parola al popolo. Questo ci porta alla seconda parola chiave: la democrazia. Sospesa nel nulla, tra certificazioni sanitarie, urne proibite e affluenze ai minimi storici. Il referendum sulla giustizia (di cui questo povero Paese aveva un bisogno oserei dire vitale) è stata la dimostrazione plastica di come due anni di restrizioni assurde, violente e disumanizzanti, la tensione democratica sia quasi totalmente sopita, e trasformata in una flebile accettazione passiva di ciò che viene ordinato dai detentori del “potere”. Una situazione che lascia davvero senza parole. Che spezza il cuore a chi crede (o, almeno, credeva) nella politica e nella necessità di un ritorno attivo e partecipato alla vita politica. Dovremmo guardare più spesso al modello svizzero, ad esempio: in Svizzera la consultazione democratica è all'ordine del giorno, con continui referendum su qualsiasi tipo di materia. In Svizzera i media non si permettono di remare contro ai procedimenti democratici affermando – invece di informare i cittadini – che “certe tematiche non dovrebbero essere oggetto di referendum”.


Per concludere, possiamo essere fieri degli sforzi fatti dalla Lega per bilanciare alcune delle assurdità propugnate da parte della malassortita compagine di quest'ultimo governo. Probabilmente, pur volendolo, non si sarebbe potuto fare più di così. E ci accontentiamo (senza la Lega forse staremmo ancora chiedendo il permesso del governo per andare al bar).


Ad oggi, più che l'ossessione per le oscillazioni della Borsa, dovremmo curarci di tornare a una politica senza più tecnici, bibitari e banchieri, ma che invece si regga su solide basi ideologiche e contrapposizioni valoriali.





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